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THE DARK SIDE OF INVESTING

Lorenzo Bravo

27 ott 2023

Come il noto album dei Pink Floyd, continuano a riscuotere successo i BTP, grazie soprattutto ad un rendimento che è oggi circa 10 volte superiore a quanto non fosse soltanto un paio d’anni fa.

Ma, ATTENZIONE! Mentre ci lasciamo abbagliare dai rendimenti, perdiamo di vista l’altra componente degli investimenti, cioè il rischio.

Molti risparmiatori, infatti, credono che il patrimonio investito in Btp rimanga inalterato nel tempo, non sapendo che, invece, vendere prima della scadenza può significare vedersi restituito anche molto meno di quanto investito.

Una delle ragioni è l’aumento dei tassi d’interesse: banalmente, con titoli che rendono il 5% in circolazione, il Btp allo 0,5% risulta ben poco attraente e chi lo avesse comprato nel recente passato ed oggi dovesse o volesse venderlo, per farlo deve necessariamente ridurne il prezzo.

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Al rischio tassi poi, si aggiunge il nuovamente e tristemente famoso spread, che è indice della preoccupazione dei mercati rispetto il nostro Paese, sempre più osservato speciale a causa dell'aumento strutturale del debito pubblico (rapporto debito/Pil al 141,7%).

E proprio la situazione dei nostri conti pubblici potrebbe indurre le agenzie di rating rivedere il loro giudizio. In tal senso, particolare attenzione va al prossimo 17 novembre, quando toccherà a Moody’s, che ha già espresso parere negativo: un declassamento porterebbe i nostri Titoli di Stato nella categoria “junk bond”, con pesanti ripercussioni. Chiaramente anche per chi già possiede Btp.
 

Ed il quadro dell’Italia appare fragile anche secondo l’analisi condotta da Aswath Damodaran (docente di Finanza alla Stern School of Business della New York University) che ha stilato la “Country Risk Map”, che classifica tutte le economie del mondo in base al loro livello di rischio, considerato su 3 diversi fattori:

  • Rischio politico: che tiene in considerazione il tipo di regime, il livello di stabilità del governo e la corruzione;

  • Rischio legale: che valuta la tutela e l’applicazione dei diritti patrimoniali e contrattuali;

  • Rischio economico: ossia il livello di diversificazione dell’economia.

Viene analizzato poi anche il rischio di default di una nazione, ovvero la capacità di quest’ultima di ripagare il proprio debito pubblico.
 

Tale classifica, ahinoi, vede assegnato all’Italia un “coefficiente di rischio” al 3,3% (al pari di India e Romania), ben lontano dai Paesi con rischio 0 (Usa, Svizzera, Svezia, Paesi Bassi, Germania, Canada, Liechtenstein, Nuova Zelanda, Norvegia, Singapore, Lussemburgo, Australia e Danimarca).
 
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È importante ricordare sempre che, dietro la faccia luminosa dei rendimenti, ogni strumento finanziario cela quella oscura del rischio. Opportunità e rischi che devono essere necessariamente conosciuti per fare valutazioni con la dovuta consapevolezza, per giungere alla definizione di una strategia d’investimento che sia coerente con le proprie esigenze e funzionale al conseguimento dei propri obiettivi.


Quindi, se non si dispone delle competenze necessarie, quella del “fai da te” chiaramente non è affatto la scelta giusta: affidatevi a un professionista!

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