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FINANZA COMPORTAMENTALE

Lorenzo Bravo

15 nov 2024

Ogni investimento comporta inevitabilmente un coinvolgimento emotivo 🧠💰

Oltre alle “semplici” valutazioni finanziarie, ogni investimento comporta inevitabilmente anche un coinvolgimento emotivo: in fin dei conti, siamo umani, no?!

Non una specie di robot come teorizzato dall’economia classica.

E quando aumenta la volatilità sui mercati finanziari, aumentano in noi anche sentimenti come paura e avidità, rimpianti ed illusioni, che si rivelano un grave ostacolo per un processo decisionale lucido e razionale.


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Proprio partendo dall’assunto secondo cui gli esseri umani sbagliano, nel corso dei decenni, la finanza comportamentale ha mostrato al mondo il profondo legame che esiste tra finanza e psicologia.

La “behavioural economy” dimostra infatti che il giudizio umano -e dunque il processo decisionale- sono il prodotto di particolari meccanismi cognitivi: le euristiche, scorciatoie mentali al pensiero razionale.
Si tratta di regole empiriche che consentono di creare una prima impressione e giungere a rapide conclusioni, che, allo stesso tempo, espongono ad inconsapevoli, automatici e sistematici errori (cognitivi ed emotivi): i cosiddetti bias.


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In generale, si parla di bias quando una decisione è condizionata da concetti preesistenti (esperienze, giudizi, norme sociali, supposizioni, insegnamenti o altro) non necessariamente connessi tra loro da legami logici e validi.

Piaccia o no, infatti, ciascuno di noi è condizionato dalle passate esperienze, dai pregiudizi, da convinzioni e percezioni distorte o errate.

Tutti elementi che finiscono col condurre sistematicamente i risparmiatori in errore, come lo psicologo e Nobel per l’Economia (2002) Daniel Kahneman ha ampiamente dimostrato nel suo libro “Pensieri lenti e veloci”, nel quale affronta la relazione tra economia e psicologia, spiegando il ruolo chiave che emozioni e fattori irrazionali giocano nel determinare le decisioni economiche e finanziarie.


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Obiettivo della finanza comportamentale, dunque, è prendere coscienza, identificare ed arginare quei comportamenti dannosi che possono determinare inefficienze, fino a da arrivare a distruggere ricchezza.
 

I primi a parlare di finanza comportamentale furono Adam Smith e Jeremy Betham, già alla fine del 1700.
Accantonate a lungo, queste teorie hanno però raggiunto la consacrazione soltanto nel 1979, grazie alla pubblicazione di “Decision Making Under Risk”, studio nel quale Amos Tversky e Daniel Kahneman utilizzarono la psicologia cognitiva per spiegare alcune anomalie (es. bolle speculative) del mercato finanziario.


Tra le tante cose, Kahneman, ha dimostrato che il nostro cervello associa alla perdita un dolore 2,5 volte superiore rispetto al piacere generato da un guadagno della stessa entità, evidenziando dunque una fortissima asimmetria. Si tratta di un fattore centrale, noto come avversione alle perdite, un bias particolarmente diffuso, come pure numerosissimi altri, che potremmo aver già provato o osservato, tra i quali:
 
- L’overconfidence (letteralmente eccessiva fiducia nei propri mezzi);

- Il “bias dello status quo” (la resistenza al cambiamento);

- L’effetto gregge (seguire la massa prendendo le stesse decisioni).


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Saper riconoscere trappole che il nostro stesso cervello ci tende non significa, purtroppo, essere anche in grado di correggere automaticamente i propri comportamenti.
Per ridurre la possibilità di commettere errori, è fondamentale affrontare scelte in maniera consapevole, avendo cioè ben chiari quali sono gli obiettivi che si intendono raggiungere ed il tempo necessario a conseguirli. Per seguire poi con disciplina la strategia d'investimento che si è definita, senza farsi travolgere dall'euforia o dal panico.
 

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“Investire è semplice, ma non è facile”: se avete a cuore i vostri risparmi, fatevi affiancare da un professionista!



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